Parlando con detrattori dell’ebook si ha l’impressione di parlare con persone che parlano della loro coperta di linus. L’odore della carta, il piacere di ritrovare il testo dove lo si è lasciato: il testo non è soltanto quello che è scritto sul libro, ma è il libro stesso, l’oggetto libro. Il libro come feticcio umano per un accesso al sapere. Perché? Perché l’uomo è un animale che ha bisogno di queste cose: abbiamo bisogno di odori, di toccare, di tornare in posti in cui siamo stati, di lasciare un segno della nostra presenza. Sono cose che si imparano da bambini e che ci portiamo dietro nella maturità, quando annotiamo fittamente libri di saggistica, appuntando le cose che vogliamo ricordare, quando facciamo le orecchie ai libri o li teniamo al caldo in una tasca della giacca.

Da lettore digitale penso che facciano benissimo. Faccio anche io uguale: apro testi che usavo al liceo e trovo le scritture, i codici al margine in lingue strane che usavo per avere qualche appiglio nelle traduzioni senza che i professori se ne accorgessero. Sono parti della mia memoria e del mio percorso culturale.

I detrattori del libro (gente che ammette candidamente di non leggere più libri di carta da quando ha l’ebook) di solito biasimano questo desiderio fobico dell’oggetto libro, ma personalmente mi rendo conto di aver sostituito, anzi affiancato, al feticismo del libro cartaceo, un nuovo feticisimo che è quello del digitale. Non solo dell’ebook, ma del digitale: i luoghi in cui sono stato in forma di Lara, gli underground di Pitfall o le isole di Riven, i testi che ho letto e che ho interrogato in Little Italy o in Avventura nel Castello. Sono feticci come la cartridge di Pitfall! per Atari che tengo sulla scrivania come fermacarte.
Così l’ebook reader: sono in viaggio e lo accendo e mi crogiolo nella mia coperta di linus, in questo caso una collezione di trapunte a dire la verità. Viaggio nelle biblioteche medievali di Eco, traduco i passi di Sallustio, salto da una versione all’altra dell’Ulisse di Joyce, mi perdo negli ipertesti infiniti delle specifiche del TEI. È una sensazione di affetto difficile da raccontare, ma che fa parte della stessa umanità che ci rende prossimi i libri.

Ogni volta che riprendo il mio primo eReader (che ancora uso per la correzione delle bozze) provo l’affetto verso lo strumento che porta cultura, ne ricordo i limiti e le caratteristiche. Spesso, lo avvicino al viso per sentire uscire dalle feritoie il leggero odore di silicio appena tiepido. Ricordo tutti i posti in cui sono stato con lui, tutte le cose che ho letto su quell’inchiostro elettronico.

Mi sento sempre come uno scimmione che tiene in mano il parallelepipedo nero di Kubrik e non sa come risolverlo perché l’ha scambiato per il più famoso cubo.

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