Ho letto con interesse e un po’ di perplessità l’articolo di Ilaria Bussoni sull’ultimo numero di alfabeta2. Perplessità diverse, alcune di carattere storico, altre invece molto pragmatiche.
La prima cosa che mi ha un po’ stupito è nella prima parte dell’articolo, in cui la Bussoni se la prende con i libri della Newton Compton venduti a .99 centesimi negli autogrill. Non come quelli geniali di Baraghini dice l’autrice, ma libri veri, spesso tradotti, venduti a novantanove centesimi. E poi ancora oltre, cito: “Certo, non è una logica nuova, la si era già vista con gli allegati editoriali dei grandi giornali: piccolissimi margini di guadagno su una grandissima tiratura e un’enorme distribuzione possono fare molto profitto”.
Ora, da nessuna parte nell’articolo si cita la Newton Compton, quindi magari sono io che sono stato negli autogrill sbagliati, ma a me pare che i libri in questione siano proprio quelli della Newton Compton.

Ecco, se sono quelli della Newton Compton, come penso, mi chiedo dove sia la novità. Perché, senza voler togliere nulla ai millelire alternativi, buona parte della mia adolescenza universitaria è stata costellata dai grigiastri mille lire della Newton Compton, poi da quelli più carini gialli da duemila lire, poi quelli da tre o quattro mila lire fino ai mammuth da dieci mila lire. Si trattava di testi dalla carta grossolana, spesso traduzioni d’antan, rilegatura a colla a breve termine, grafica non certo elegante.

Questi nuovi testi a .99 tutto mi sembrano quindi meno che una novità. E questi testi non nobili, commerciali, questa “merce libro” come è definita nell’articolo, mi ha dato la possibilità all’epoca di acquistare e divorare testi ai quali altrimenti non avrei avuto accesso. Si trattava di materiali e non di libri? Forse, ma grazie a loro ho letto Kafka, ho avuto tra le mani l’opera omnia di Dante, ho sentito tutta quanto era, ho riletto tutto Ibsen, D’Annunzio, Tasso, De Sanctis mi sono portato dietro le seicento pagine di Commedia dantesca, commentata, pagate 2000 lire.

La retorica del supermercato non deve far dimenticare che molti di quei testi, semplicemente funzionavano. E funzionavano perché desacralizzavano il libro riducendolo al suo essere materiale, e lo facevano con testi che in molti casi (non sempre) si prestavano a questa proletarizzazione del prodotto culturale. E non posso non pensare che tutta l’idea della bibliodiversità, della mediazione culturale, del valore-libro, accanto a sacrosante istanze di qualità, nasconda la descrizione di un ambiente di lavoro, quello della media e piccola editoria, fatto di piccoli numeri e di grosse difficoltà a convincere il grande pubblico dei lettori della bontà delle proprie scelte editoriali.

Ma esiste questo grande pubblico dei lettori capaci di capire le scelte di gusto dell’editore raffinato? E qui arriviamo al secondo dubbio dell’articolo, dove si descrive il mondo ideale dell’editore svincolato dalle meccaniche della distribuzione-capestro, della promozione mass-mediatica, dell’impossibilità di comunicazione diretta con il pubblico dei lettori. Il dubbio, mio, nasce dal fatto che questo mondo ideale in teoria esiste già ed è il mondo dell’ebook. Con gli ebook ogni editore può aprire il proprio negozio globale in cui vendere testi, libero da ogni capestro distributivo, può sperimentare promozioni social, andando a cercare i propri lettori forti dove questi discutono. E così via discorrendo.

È tutto vero, intendiamoci, queste cose si fanno, ma poi l’editore digitale si rende conto che anche in questo mondo che potrebbe essere libero, il lettore preferisce comprare il best-seller di cui ha sentito parlare alla televisione (sì, pare esistano ancora le televisioni). E magari il lettore preferisce comprare questo ebook sul sito di Amazon e non sul sito dell’editore, che quindi avrà di nuovo bisogno di un distributore-capestro che nel digitale è anche peggiore di quello del mondo reale.

Insomma, per farla breve: dove gli strumenti per una bibliodiversità e una creazione di comunità di coproduttori esistono, non funzionano, anzi. Di fronte alla libertà di coprodurre conoscenza i lettori si fanno scrittori, bypassando l’editore e dandosi direttamente ai grossi supermarket distributivi sotto forma di self-publishing. E il digitale, crudele, ci mostra come questo percorso non sia una peculiarità dell’arretratezza italica, ma l’ennesimo prodotto di mercato non-indy >> globale.

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