Un dato di fatto: se non vendo ebook non ho le risorse per fare ebook. Progettare ebook, taggarli, creare i css, testarli, editarli, distribuirli, promuoverli, costa moltissimo, anche se sono digitali. Se dovessi scegliere un mestiere per fare soldi, non farei l’editore. Esistono sicuramente mestieri che, con le stesse risorse di tempo e di fatica, rendono una quantità di denaro sostanzialmente più alta di quella che si può ottenere vendendo ebook. Ad esempio vendere lupini. Ma probabilmente ci sono lavori ancora più redditizi.

Nel momento in cui in Quintadicopertina si sceglie di fare un ebook, la primissima cosa a cui si pensa non sono i soldi, ma al perché possa essere bello, creativo, civile fare quello specifico ebook. Subito dopo – comunque – pensiamo ai soldi. Ma la progressione è quella: la bellezza, il denaro.

Molte cose belle non le possiamo fare perché, per poterle fare, avremmo bisogno di sei-settemila lettori che comperano quell’ebook. Noi questi sei-settemila lettori non li abbiamo. Quindi molte cose belle che abbiamo pensato di fare non le abbiamo fatte. Per ora.

Questo non ci distoglie da un fatto importante: noi siamo editori, cioé siamo persone che progettano assieme a scrittori, giornalisti o poeti, delle storie. Facciamo con loro un progetto, apriamo un dialogo sull’editing, sulla natura del testo. Nascono idee, si contorcono e alla fine diventano degli ebook. E a volte non si fermano nemmeno a quel punto.

Dopo, vorrei che i nostro ebook venissero stroncati, aperti, svuotati. Vorrei che chi si occupa di cultura e di informazione venga a riconoscere il percorso che stiamo facendo e lo consideri nel panorama editoriale contemporaneo. Che sappia vedere le qualità, le specificità e gli errori del nostro lavoro.

Questo non succede spesso. Quando parliamo con qualche critico, alla parola ebook notiamo che lo sguardo si offusca. Alcuni ci hanno chiaramente detto che loro non leggono ebook, che il loro mestiere è quello di leggere e recensire esclusivamente libri. Che dai libri non si scappa.

La mia impressione è che i critici mililanti abbiano paura.
Si rendono conto che la scrittura sta uscendo dal libro, sta agguantando altri media, altre griglie di relazione interna ed esterna all’oggetto libro e – sostanzialmente – loro, i critici, queste nuove modalità del raccontare non le sanno gestire. Non le conoscono, le confondono. E allora si tengono a debita distanza.

Nel momento in cui la critica ufficiale si disinteressa dei libri digitali, o peggio ancora li stigmatizza, chi parla dei miei ebook? Chi prende il posto della critica dei contenuti?

Due figure parlano degli ebook oggi in rete: i lettori (Dio li benedica) e coloro che sono più interessati al contenitore che al contenuto: alla forma dell’ebook, alla sua distribuzione, al suo ruolo di prodotto di mercato. La notizia si sposta sull’ebook a novantanove centesimi, alla vendita in self publishing, al numero di ebook immessi nel mercato: ma raramente parla delle storie che stanno dentro a questi ebook. Quando questo avviene, di solito, è grazie ai lettori che oggi sono gli unici che continuano a parlare delle storie, a prescindere dal contenitore in cui le leggono.

Alcuni editori ne prendono atto e riducono le risorse sui contenuti, diventando anch’essi distributori di autori in self publishing. L’importante è la creazione continua di ebook, perché il consumo deve essere continuo, a basso costo di produzione e bassissimo pricing di vendita. Se si vendono pochi ebook e se è secondaria l’importanza della qualità dei testi, si investe sulla quantità e sulla produzione continua. Chi oggi volesse guadagnare dei soldi con gli ebook, non dovrebbe guardare ai produttori, ma ai distributori, alla parte finale della filiera. Quindi anche gli editori diventano distributori.

Cosa succederà sul medio-lungo termine? Il rischio è che l’editoria digitale produca contenuti sempre più modesti e raffazzonati rispetto all’editoria tradizionale. Che gli investimenti sulla progettazione e l’ideazione di contenuti originali non siano ripagati poi da un sistema che – inevitabilmente – porterà a ridurre le risorse nel lavoro cognitivo, per limitarsi a un processo di distribuzione di materiali di scrittura. E che il lavoro di critica culturale venga preso in mano da soggetti diversamente interessati alle narrazioni digitali.

Gli editori e i critici si fanno da parte, cedono il posto ai distributori e ai produttori di gadget tecnologici: ma per fortuna ci sono sempre i lupini.

Advertisements