In questo periodo sto tenendo una serie di corsi sulla progettazione e la creazione di ebook, presso il centro Piamarta di Milano e per il Master Editoria della Cattolica. Durante la prima lezione, tra le altre cose, ho detto che una caratteristica dell’editoria digitale è che si vive in formazione continua, non ci si può fermare un attimo e che la conoscenza da applicare per la creazione di ebook è in perpetuo cambiamento. Ho anche accennato al fatto che i due formati che avrebbero dovuto sostituire mobipocket e ePub2 erano in stallo e che non si sapeva quando e come questo stallo si sarebbe risolto.
Ecco, il corso non è ancora finito e le prospettive di lavoro e di workflow per un editore si stanno già spostando.

Mio padre mi ha confidato una volta che, quando guida, non guarda se un auto mette le frecce per svoltare, ma guarda le ruote. Guardando le ruote, secondo mio padre, si può capire prima se il guidatore ha intenzione di svoltare e si può ragionevolmente anticipare una manovra sbagliata o male segnalata. La cosa deve in qualche modo funzionare visto che mio padre ha avuto pochi incidenti automobilistici e quei pochi li ha avuti tamponando autobus posteggiati. Non chiedete.
Le ruote si stanno leggermente spostando; Apple dichiara la settimana scorsa che Ibooks supporta ePub3 e, curiosamente, da qualche giorno il Kindle base supporta ufficialmente kf8, l’ottavo formato di Amazon con supporto di html5 e css3 (gli stessi di ePub3).
Sono i primi passi per spostarsi da (x)html a (x)html5 e CSS3, trovando un terreno comune per un nuovo workflow di lavoro in cui avranno sempre più spazio elementi schiettamente digitali: ipertestualità, programmazione, multimedia.

Le considerazioni sono molte, a partire da quelle più pratiche a quelle maggiormente filosofiche.

  • All’appello manca ancora Adobe Digital Editions che, anche nella sue versione preview, continua a non supportare ePub3. Il che significa che tutte le device e-ink non Amazon, continuano a poter utilizzare soltanto ePub2.
  • Kindle supporta kf8, ma solo l’ultimo modello di Kindle. Tutti gli altri Kindle prodotti fino all’anno scorso continuano a poter leggere mobipocket.
  • Per l’editore la vita si complica quanto si moltiplicano i formati; se si vogliono sfruttare le caratteristiche dei nuovi formati senza perdere la compatibità con le device più vecchie, è necessario creare pacchetti differenti, per ogni tipo di device di destinazione, oppure creare del codice “stratificato”, in cui convivono impaginazioni diverse che si adattano poi ai diversi lettori. In due parole fallback e media queries. Ma quanto e come i programmi di lettura sapranno gestire questi iper-formati?
  • ePub3 e kf8 sono simili ma non uguali. kf8 ha incongrue limitazioni ai css, ad esempio, non supporta i selettori fratelli e alcuni tag essenziali sono blindati. È il caso di script, base per ogni sviluppo di codice in javascript, accettato invece su ePub nella sua ultima versione. Quanto un codice html5 scritto per kf8 sarà funzionante su ePub3 e viceversa?
  • Non dimentichiamo, poi, che lo stesso html5 è un linguaggio le cui specifiche sono ancora oggetto di discussione e di revisione continua. E non dimentichiamo neppure che html5 non è un formato che nasce per fare ebook…
  • Multimedialità, ipertestualità: sono cose diverse anche se spesso sono accumunate e messe sullo stesso piatto. Il passaggio verso il multimediale soprattutto sembra un sine qua non irrinunciabile. Ma per ora è ancora incerto quanto questo passaggio al multimediale possa facilitare la creazione di contenuti significativi, coerenti, sostenibili e accessibili.

E la lista potrebbe continuare ancora a lungo, raccogliendo le voci di chi – come il sottoscritto – è convinto che la scrittura digitale abbia bisogno di strumenti sempre più sofisticati e interattivi, e di invece teme – come il sottoscritto – che questi nuovi formati inevitabilmente aumenteranno l’invecchiamento e l’obsolescenza di contenuti digitali sempre più rapidamente deperibili. Insomma, per fare digitale oggi bisogna essere come Giano, non tanto per piangere e ridere nello stesso tempo (più spesso si piange), ma per vedere nello stesso tempo indietro e avanti e non perdere troppi pezzi per strada.

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