In uno dei tanti (troppi) libri che sto leggendo, Filosofia dell’ipertesto, ho trovato un concetto molto interessante, che può aiutare a capire le possibilità di cambiamento che si propongono oggi a uno scrittore che voglia lavorare in digitale. Il concetto, banalizzato, è quello di textum: noi parliamo molto di libri e di libri digitalizzati, ma il libro è solo un paradigma della scrittura. Non c’è sempre stato e, per quanto possa sembrarci strano, c’è stato un tempo in cui il libro non esisteva. Eppure si leggeva e si scriveva lo stesso.

Il libro ha introdotto un paradigma funzionale che – nel contempo – ha impattato il lavoro dello scrittore, costringendolo a compiere un processo drastico di razionalizzazione e di selezione dei materiali. Il libro, prima di essere un concetto, è una cosa.
Ha una forma fisica che determina cosa ci si può stare dentro e cosa no.

Nel libro non ci sta tutto il textum sul quale ha lavorato lo scrittore. Non solo i percorsi secondari, fonti, versioni alternative, appunti, confronti, critiche, schematizzazioni, infografiche e tutti gli apparati elaborati dallo scrittore per la produzione di significati, ma anche la possibilità di non fornire un significato univoco. Un libro, per sua stessa natura, è il prodotto finale di un percorso intellettuale. E – aggiungo io – è predisposto perché questo percorso sia sostanzialmente lineare.

E gli ebook? Facciamo una distinzione, che ho già fatto in passato, tra libro digitalizzato e libro digitale. Il libro digitalizzato è un ebook ideato e realizzato con la stessa metodologia con cui si progetta un libro di carta. Il lavoro digitale, in questo caso, è nel fornire strumenti di navigazione, notazione, interrogazione esterni al cuore del testo che rimane quello di un testo tradizionale.

Un libro digitale è tutto quello che va al di là di questa concezione libro, ritornando per certi versi ad un approccio analogo a quello del textum del periodo classico. Lo scrittore non scrive un libro, ma costruisce e assembla materiali, narrazioni, fonti, ragionamenti suggerendo relazioni per questo banchetto intellettuale, all’interno del quale si muoverà poi il lettore. La struttura perde la linearità del libro, per acquisire una nuova spazialità.

È un concetto nuovo? No, è un concetto che in altri ambiti (ad esempio quelli legati all’informatica) è abbastanza consolidato. La novità è l’applicazione di questo paradigma per prodotti di lettura destinati ai lettori. Perché lo strumento modifica il lavoro dello scrittore ma anche la percezione che il lettore ha della cosa letta e – in seconda analisi – modifica il significato della cosa scritta.

I lettori leggono quotidianamente digitale, on-line, sui social network, sui blog, sui wiki. Ma lo fanno come se non stessero leggendo davvero, ma solo spiluccando le parole da un grosso, enorme grappolo d’uva, incapace di un significato univoco. Nessuna persona nel compilare l’ennesimo questionario sulla lettura in Italia dirà di essere un lettore forte per il fatto di leggere ogni giorno blog, wiki e social network.

Un grosso passaggio nel concepire libri digitali (non l’unico) sarà questo spostamento del textum all’interno di un ambiente coerente che oggi è l’ebook e che diventerà – con il passare del tempo – sempre meno un ebook e sempre più uno strumento autonomo di lettura e di scrittura uscendo (letteralmente) dalla struttura chiusa dell’ebook come lo conosciamo oggi.

E qui mi fermo perché l’odore di fuffa sta diventando un po’ troppo importante.

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