Prendo spunto da un interessante post di Lucio Bragagnolo sulla natura dell’ipertesto, “Chi ha incastrato l’ipertesto?”, in cui ci si chiede sostanzialmente come mai l’ipertesto, così coccolato negli anni novanta e visto come sicuro progenitore di un nuovo modo di leggere, oggi non sia un padre di nessuna opera narrativa ipertestuale veramente impattante nel panorama letterario.
Come curatore di una collana di narrativa ipertestuale, il tema mi tocca da vicino e vorrei dare alcune risposte.
La prima risposta la cita già Bragagnolo, ed è quella di Paul LaFarge: l’ipertesto è nato quando la tecnologia non era pronta e oggi si è guadagnato una cattiva reputazione. Negli anni novanta non ci sono state grandi opere di narrativa ipertestuale digitale, e non ci sono stati molti lettori di hypertext fiction su schermo. È vero? Forse, ma è anche vero che negli anni novanta non c’erano neppure molte persone che leggevano “Guerra e pace” sul loro tubo catodico. Possiamo dire che il computer non è mai stato un grande media per la lettura continuativa, da potrarre nel tempo in luoghi e momenti diversi, di testi coerenti e ad ampio respiro. Ipertestuali e non.
La seconda risposta è che in realtà l’ipertesto si è sviluppato ed ha avuto molti lettori negli ambiti in cui era affascinante leggerlo. Dove era appagante: nelle avventure testuali su computer, nei romanzi a bivio, nella letteratura non di genere. La saga di Lupo Solitario, Avventura nel castello, Infinite Jest di David Foster Wallace, sono tutte opere ipertestuali, che sono state lette, giocate, godute, introitate da migliaia e migliaia di lettori. Erano opere ipertestuali, solo che nessuno ci faceva caso, perché l’importante era il contenuto, non la forma. Quindi funzionavano.
La terza risposta è che l’ipertesto non è solo l’ipertesto. Quando si pensa ad un opera ipertestuale si pensa a pagine con link. Il link è in realtà l’hardware dell’ipertesto. La parte concettuale dell’ipertesto viene prima, nella progettazione di strumenti che in buona parte rimangono invisibili al lettore. Prendere un testo lineare e taggare le informazioni che contiene per trasformarlo in un database di se stesso, e poi interrogarlo per finire di scriverlo, significa fare ipertesto. Solo che non si vede. Ridurre l’ipertesto al link è come dire che raccontare una storia significa pinzare assieme dei fogli.
La quarta risposta è internet. Dire che non esiste ipertesto e passare poi qualche ora a chattare, linkare, condividere, commentare, googlare, wikipediare, significa pensare che quelle parole non sono davvero parole, perché non sono stampate su carta. Significa credere più al toner che alle storie.
La quinta risposta è che è difficile ragionare di ipertesto in un mondo editoriale che pensa libro e vende libro a lettori che leggono libro. Anche quando vengono fatti in digitale, anche quando vengono immessi su internet, anche quando vengono imbastite campagne di marketing condiviso: comunque si sta raccontando un libro. Gli scrittori lavorano al loro prossimo libro, i lettori aspettano il libro del loro scrittore. Le storie, la narrazione, l’invenzione: sono tutte cose che vengono dopo il libro e che ne risultano condizionate già in fase creativa.
La sesta risposta è che ne voglio fare sette perché sette è un numero significativo.
La settima risposta è che l’ipertesto, in digitale, si sta svegliando oggi dopo un torpore catodico di un trentennio. In modi affascinanti e condivisi già dal momento della creazione ed altri più invisibili all’occhio. Con quinta abbiamo sperimentato gli abbonamenti agli scrittori, gli ebook componibili dai lettori, l’informazione costruita attorno ai blog e ai twitters, la narrativa non lineare e ad altre cose a cui stiamo ancora lavorando per questo 2012. Ma sono sperimentazioni concrete: vediamo che altri editori, anche tradizionali, ci seguono in questa strada che abbiamo intrapreso solo due anni fa.

Insomma, chi ha incastrato l’ipertesto vede adesso la scatola di legno che trema e che si spacca lasciando intravvedere nuovi modi di pensare racconti, pensieri e parole.

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