La conservazione

L’editoria digitale, paradossalmente, è una editoria fragile. Il contenuto si appoggia a tecnologie contingenti, spesso non pianificate a livello culturale o sociale, ma piuttosto legate a dinamiche imprenditoriali e di mercato. La libertà dell’editore aumenta per alcuni aspetti, ma viene vincolata per altri. L’editore digitale, oggi, deve scegliere formati di progettazione digitale che sono acerbi e che vengono rinnovati in tempi rapidissimi, rendendo obsolete opere che debbono sottostare a reinvenzioni continue, con il rischio di sparire nel nulla, trascinate nell’oblio dalle tecnologie per cui sono nate. Copiare oggi è molto più facile che preservare: basti pensare a quanti cd-rom degli anni novanta siano inservibili e illeggibili sulle moderne device mobili. La biblioteca ha la possibilità di normalizzare questa incessante progressione tecnologico/commerciale, conservando sia i contenuti che i contenitori.

Si tratta di una conservazione virtuale molto importante, soprattutto nel momento in cui l’editore non è più padrone del mezzo di lettura. Un editore tradizionale, infatti, non solo lavora sul contenuto del suo libro, non solo lavora anche sul contenitore, ovvero applica un certo tipo di impaginazione e un certo tipo di dimensione del foglio, ma lavora anche sul mezzo inteso come materiale del contenitore. La carta, la rilegatura, la cosa tangibile: sono materiali che sono in mano all’editore prima di finire in mano al lettore.

L’editore digitale non ha questo privilegio. Il mezzo non è suo e non è deciso da lui, anzi, l’editore digitale deve svincolarsi dal mezzo per produrre contenuti che si adattino a tutti i mezzi. Questo è un vantaggio, ma è anche la perdita di un privilegio. Questa perdita ha conseguenze abbastanza importanti: il privilegio della fisicità del contenitore viene trasferito dall’editore al produttore del nuovo mezzo. Apple, Amazon, Sony e tutti i vari produttori hardware di device di lettura, sono la parte terminale dell’imbuto e tengono in mano l’intero processo produttivo che sta a monte. I vincoli che vengono stretti in maniera esclusiva attorno alle device, la gestione informatica dei diritti di autore, la scelta dei formati, le piattaforme di distribuzione e di vendita, la censura preventiva su quello che può o meno apparire sui loro store, tutto questo è in mano ad aziende che si occupano di tecnologia di consumo, il cui fine principale è la produzione di reddito attraverso la vendita di beni di massa. Qualunque progettualità di carattere culturale, informativa e di conservazione deve tener conto di questa posizione monopolistica di aziende sovranazionali che si sostuiscono ai distributori, ma anche alle librerie, ma anche alle tipografie e che sono gli unici creatori del mezzo con cui si legge. E in alcuni casi diventano anche editori, sia in senso tradizionale, sia come editori dei lettori con l’offerta di strumenti di self-publishing. Che cosa possa significare nel medio-lungo termine questa frantumazione editoriale accanto a questo fortissimo accentramento “tecnologico”, è presto dirlo, ma è bene che soggetti come le biblioteche siano in grado di monitorare, preservare ed agire al di fuori delle dinamiche prettamente commerciali.

(appunti per un discorso su Biblioteche e libri digitali)

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