Ultimamente ho fatto questo esperimento, di togliere dai miei ascolti la musica popolare, non solo quella commerciale, ma genericamente la musica /di genere/, ascoltando solo musica elettronica, sperimentale o classica. Quella che viene raggruppata genericamente sotto la infelice etichetta di musica /colta/, etichetta infelice ma utile.

Fonte principale è una radio online che ascolto da anni la sfsoundradio, che manda in streaming un catalogo ampissimo di musica curiosa, sperimentale di post-neo-pre-avangaurdia. La ascolto per ore mentre lavoro, poi quando sento qualcosa che mi piace, screenshotto il titolo e vado a cercarmi informazioni sull’autore e – con calma – ordino i compact disk.  Al momento ho una wish-list da brivido, di titoli che non troverei mai in un negozio di dischi locale.

Non compero i file audio, che pure ci sono a volte su qualche store on line, semplicemente perché non penso che i file audio digitali siano una evoluzione del compact disk se non da un punto di vista meramente distributivo. Sono più difficili da gestire, sono più fragili, hanno una qualità del suono genericamente peggiore e mi costano di più sulla media distanza. In più non ci sono, non danno quelle informazioni aggiuntive che sono il supporto fisico su cui è registrato il cd. Non mi posso affezionare un file audio.

Tu quoque? Sì, nel momento in cui il file audio è una copia di un qualcosa identico a lui, ma registrato su diverso supporto. Per me la musica digitale è qualcosa che ho visto molto poco, è qualcosa che usa il digitale per fare qualcosa che non si può fare su un supporto statico. Il digitale deve avere identità e ragione d’essere culturale mentre, per me, tutte le grandi librerie online sono piuttosto un format distributivo.

Che musica? Disordinata. Il primo gruppo scoperto grazie a sfsoundradio sono stati gli Spezzarotto, gruppo californiano sciolto dopo l’unico album, Tredici canzoni. Un album cantato interamente in “italiano” da un cantante che non conosce l’italiano, con testi palesemente tradotti con qualche software automatico. La musica spazia dal noise, al cantato lirico, al boh, non saprei proprio descrivere tutto, sicuramente molto fuori genere. Un album di easy listening piacevole come un macigno su un piede, ma pienissimo di roba.

Altro gruppo scoperto, anche questo non più attivo, sono i The League of Automatic Music Composers. Attivo tra gli anni settanta ed ottanta, questi barbuti signori componevano musica etnica marziana ed altro con computer connessi tra loro in rete, in una specie di jam-session digitale. La loro musica assomiglia agli scarichi di adrenalina sfornati da un videogioco 8-bit impazzito: una caotica babele di suoni, a tratti malinconica e struggente.

Di 1-bit Symphony di Tristan Perich ho già parlato, e posso dire che nella wish-list di dicembre stanno a pari merito le opere per clarinetto e archi di Morton Feldman e le 3 Voices di La Barbara (che scopro ora mentre scrivo che sono composte sempre da Morton Feldman; chiaramente un segno del grande signore della musica).

Ma alla fine, in questo rimestaggio di rare opere musicali in cd, resta sempre il gusto retroamaro in bocca che questa mia personale ricerca non sia altro che una deriva indipendente di un modulo di appropriazione del prodotto borghese che si dimentica di esserlo per la sua eccezionalità.
Ma forse serve anche questo.

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