Ieri sera sono a letto con il mio primogenito e gli sto leggendo “Fondamenti di Java” per farlo addormentare. Funziona benissimo perché “Fondamenti di Java” alterna periodi abbastanza comprensibili a frasi del tutto astruse e di scarsa comprensione. Ad un certo punto leggo a mio figlio questa:

E niccolò mi fa il gesto di “tempo” e mi dice, questa frase non la capisco, cioè, dice, non capisco cosa c’entra il ‘sensibile al contesto’ e io rispondo che in effetti nemmeno io e mi metto a rileggerla più volte e poi penso, beh visto che è una traduzione dall’inglese proviamo a ritradurla a rovescio e cerco di immaginarmi come poteva essere l’originale di “sensibile al contesto” e ho come una illuminazione.
“Case-sensitive”.
Hanno tradotto “case sensitive” con “sensibile al contesto”.
Ma case-sensitive non significa “sensibile al contesto”, ma significa “che fa differenza tra maiuscole e minuscole”.
Ora, in casa nostra c’è una regola che se uno dice una parolaccia deve mettere cinquanta centesimi in una bottiglia che teniamo in cucina, e io dopo aver scoperto questa cosa del case sensitive, la spiego a mio figlio con tale vivacità che alla fine niccolò mi dice, ok papà, ma ora devi mettere un euro e mezzo nella bottiglia in cucina.

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