Ho un debole per i labirinti, l’ho sempre avuto. Non sono un teorico del labirinto, nemmeno un appassionato in senso stretto, ma se scopro un labirinto di siepi o se vedo un labirinto di specchi, ci entro subito e mi perdo. In tutti i miei romanzi c’è un labirinto, più o meno strutturato. Ce ne è uno in Altea e loscimmiotto e ne ho costruito uno abbastanza ampio e navigabile in Chi ha ucciso David Crane.
La cosa che mi affascina del labirinto è che si tratta di un ambiente nello stesso tempo rischioso e protetto. È protetto perché è chiuso, c’è solo una via di fuga che è l’uscita, o l’entrata; rischioso perché non è necessariamente un ambiente sterile. Nessuno sa cosa ci può essere dentro al labirinto. E poi è un ambiente seriale, il labirinto lavora su pochissime cose riuscendo a costruire diversi gradi di complessità. Il labirinto lascia il segno del suo creatore, come la scrittura, ma in un certo senso è una firma anagogica: bisogna elevarsi al di sopra della contingenza (una curva, un vicolo cieco, un corridoio, un budello tortuoso) per poter vedere il disegno unitario e capire che quella moltiplicazione di elementi sono in realtà una sola cosa, un unico progetto.
Ieri sera sono entrato in un labirinto, si chiama amaze, l’ho scoperto via terminale. Fink, l’installatore di programmi open source, mi segnalava questo labirinto in tre dimensioni fatto solo di caratteri e non ho saputo resistere. Ci sono stato dentro più di mezz’ora, era un labirinto costruito di segni in due e tre dimensioni, tutto fatto solo con caratteri. Non c’era niente se non il labirinto e l’impossibilità di vedere la cosa dall’alto. In realtà io sapevo che c’era qualcosa da trovare, una mappa mi segnalava il posto dove il labirinto si sarebbe svolto, ma questa mappa mostrava solo la mia posizione e la posizione della cosa da trovare niente altro. Le vie dirette venivano frustrate da corridoi vertiginosi o da beffardi vicoli ciechi. Non c’era nessun appartato meta-labirintico se non la scritta “amaze”, nessun’altra informazione su chi avesse creato quel labirinto o cosa sarebbe successo nel momento che avessi raggiunto l’oggetto che stavo cercando.
Non era neppure dichiarato cosa fosse l’oggetto cercato: un tesoro, un bene prezioso, l’uscita dal labirinto, niente.
Quando ho raggiunto quella cosa, il posto luminoso che era la mia fine, amaze si è chiuso e mi ha concesso giusto una riga sul terminale: you won.
Avevo perso il mio labirinto.

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