A Genova ci sono i parcheggi a pagamento, costano –nel centro– circa due euro e mezzo all’ora. L’idea che stava dietro a questa cosa è che tu non devi andare in centro in macchina, altrimenti il centro si intasa di auto. Se proprio ci vuoi andare, paghi.

L’idea è che devi posteggiare in una zona periferica, tipo in via Bobbio, e poi andare in centro a piedi o in autobus.

Ecco, ieri stavo tornando a casa, passo per via Bobbio e vedo che da ieri tutta via Bobbio, che non è affatto nel centro di Genova, da ieri via Bobbio è tutta a pagamento, tutti i parcheggi.

Allora penso che il piano è cambiato, che lo scopo di mettere i parcheggi a pagamento non è evitare di congestionare il centro con le auto, ma lo scopo dei parcheggi a pagamento è semplicemente fare dei soldi.

E allora io che devo andare con i miei figli alla biblioteca per ragazzi  De Amicis, che è in centro, decido che non ci vado in macchina, ci vado in autobus. Poi faccio due conti, e mi rendo conto che portare i miei figli alla biblioteca per ragazzi, mi costa circa nove euro. Un euro e mezzo a testa, siamo in tre, tre biglietti all’andata, tre al ritorno, andare in centro con i mezzi pubblici con i figli mi costa nove euro.

In pratica, mi rendo conto che per me che sono a capo di una relativamente numerosa famiglia, Genova è una città a pagamento. Vivo a Genova, ma se voglio andare a Genova devo pagare un biglietto di ingresso di una decina di euro, ogni volta.

Allora penso che potrei evitare di andare nel centro di Genova, e vivere solo nel quartiere dove ho la casa. Ma io vorrei vivere a Genova, non nel quartiere dove ho la casa, che onestamente non è un quartiere che amo. Non mi piace il quartiere in cui vivo, non è un quartiere che assomiglia a Genova, ma ci vivo perché non ci devo stare molto, la maggior parte delle cose le faccio a Genova, cioè le facevo. Io resto nel mio quartiere perché mi piace Genova, ma se dovessi vivere solo nel mio quartiere non penso che resterei a Genova, perché non somiglia a Genova.

Tipo nel mio quartiere c’è una strada grossa dove passano le auto velocemente e niente. Non ci sono librerie nel mio quartiere. Ci sono pochi negozi e dei giochi per bambini tristi. Ci sono dei marciapiedi che non sono fatti per camminare e guardare il panorama o i bei palazzi, ma sono marciapiedi che servono per non morire sotto un camion. Sopra la mia testa, nel mio quartiere, non c’è il cielo, ma il ponte dell’autostrada. Grossi pilastri che affondano nell’asfalto o nei rovi.

Quindi penso che io non sto vivendo effettivamente a Genova, ma vivo in una periferia attigua a questa specie di Genova a pagamento e penso a cosa può servire il mio biglietto del parcheggio a due euro e mezzo, e non posso non pensare che il mio biglietto serva a pagare Venditti e Bennato che sono due cantautori. Non dico che proprio i miei soldi vadano a loro due, non basterebbero, ma penso che vivo in una città in cui entrare a Genova costa dieci euro, ma una volta all’anno c’è la notte bianca. Dove Venditti e Bennato cantano gratis. E dove gli autobus sono gratis, quella notte sono gratis. E la notte bianca, mi dice il comune, è stata un grande successo.

Io c’ero alla notte bianca, con mio figlio e ho sentito un pezzo di Bennato gratis, poi sono andato via perché si vedeva che era un concerto gratis. Sono andato via e ho pensato che una città che sostituisce i servizi di base, come ad esempio spostarsi con dei figli all’interno di una città, questi servizi di base li sostituisce con degli spettacoli, ecco: una città che sostituisce i servizi di base con lo spettacolo, mi spaventa.

Mi spaventa l’idea che ci sta dietro, cioè che i servizi di base sono invisibili. Tagliano via la pelle ogni giorno a un sacco di persone, come quando spellano il kebab, ogni servizio tagliato, ogni rincaro, taglia via un pezzo di carne, come il kebab. Ma è un taglio che non si vede, anche perché la gente si vergogna di far vedere che non ha i soldi. Perché se non hai i soldi è un po’ colpa tua.

Invece lo spettacolo si vede, le luci sul Ducale, le bancarelle che vendono birra cruda ogni due metri, è il benessere, e Genova è una città del benessere, una volta l’anno.

E magari, a Genova, ci si deve vivere solo quel giorno, come una grande festa, con gli occhi chiusi, la testa fra le mani, la birra cruda nello stomaco, il sedere sui gradini di qualche chiesa.

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