Quando ho cominciato ad essere un giovanotto abitavo in un piccolo paese dell’entroterra genovese, dove conoscevo tutti e tutti mi conoscevano. La mia generazione erano sei o sette persone con le quali dovevo convivere e con cui stavo bene, male, soffocavo o parlavo, ma con cui dovevo stare, non potevo scegliere. La musica era una delle cose sociali che dovevo condividere con gli altri, c’erano cose che *dovevo* sapere per poter parlare con gli altri, era la musica corretta da ascoltare per uno della mia età: i Clash, i Sex Pistols, i Cult, i primissimi Genesis, i CCCP.
Ho comprato la mia prima musicassetta dei CCCP, ‘Socialismo e barbarie’ a Bolzaneto, che era la propaggine più tetra di Genova verso il paese dove vivevo. La cassetta mi spaventava, come forma e come contenuto, per ascoltarla mi chiudevo in una dispensa ricavata vicino alla mia camera, dove mio padre teneva i suoi attrezzi; mi sedevo e ascoltavo al buio ‘Socialismo e barbarie’. Ogni tanto sbucava un genitore rannicchiato per vedere che stessi bene e io dicevo, tutto bene sto solo ascoltando della musica, e il genitore usciva.
Poi negli anni ho seguito le varie mutazioni del gruppo di Ferretti, sono andato ad ascoltarli nel momento in cui si trasformavano da qualcosa a qualcos’altro, e ho fatto mie molto cose che hanno cantato. Quando fui boy scout usai ‘Madre’ come canto serale di un deserto di preghiera, per dire.
Così dopo aver ascoltato in quest’ultimo anno ‘Ultime notizie di cronaca’ ho deciso di leggere ‘Bella gente d’appennino’, perché avevo l’impressione che leggendolo avrei trovato ancora la voce del Ferretti ragionare su una serie di cose che da qualche tempo mi girano per la testa, e perché volevo sapere in che maniera il giovanotto che faceva il punk sovietico negli anni ottanta, potesse oggi dirsi cattolico romano, parlare di radici celtiche e dare una sua visione di questa Italia contemporanea dove lui, il Ferretti, ha scelto di stare da quella parte della linea gotica che io ritengo la peggiore.
Il testo di Ferretti, che ho letto in ebook sul mio lettore digitale, si può dividere in tre parti: la narrazione mitologica delle proprie radici appenniniche; le riflessioni sociali, storiche e religiose; il racconto autobiografico.
La prima parte è quella con cui si apre il libro e francamente è la più imbarazzante. Avevo studiato tempo addietro un testo per me molto importante, ‘Verba manent’, che ho prestato a qualcuno che non me lo ha più restituito. In questo testo si raccontano le tecniche per intervistare e per raccogliere testimonianze orali, e vengono anche studiate le diverse modalità con cui gli intervistati tendono a deformare il proprio vissuto per renderlo accettabile all’intervistatore. Una di queste è fare una scelta del materiale storico da raccontare, in modo da costruire della propria vita una ‘bella storia’, con fini educativi (anche in negativo), nella quale – comunque – le cose fatte o non fatte ricadano in quadro complessivo omogeneo, dove cause ed effetti siano facilmente collegabili e dove errori e scelte corrette siano sempre rivelate e spesso eticamente etichettate.
Ferretti compie una operazione del genere, non sulla propria vita, ma su quella della propria famiglia, il cui disegno esonda da una concreta narrazione della quotidianità di una famiglia contadina d’appennino tra fine ottocento e inizi novecento, per diventare esemplare, mitologica.
Non sono riuscito ad entrarci dentro questa famiglia, perché l’ho sentita artefatta, soffocata dal disegno ideologico che ci stava dietro, quello di tracciare una razza identitaria di uomo d’appennino, collegato all’impero romano, ai franchi, ai celti, che in virtù della propria razza montanara era refrattaria a tutto quello che la modernità, l’orribile modernità, gli portava.
Magari non è quello che Ferretti voleva fare, ma mentre leggevo era quello che pensavo io.
La parte dedicata alle riflessioni è la più interessante, lì si trovano pagine non facili e importanti. Si trovano parole innanzitutto su questioni scomode: si parla di eutanasia e aborto, certo, ma si parla anche più francamente di solitudine e di libertà. Si parla di madri e di serve, e di affetto filiale. Di tempo.
Leggendo il libro di Ferretti trovavo scodellate questioni di cui, non solo si ha difficoltà a parlare, ma di cui si ha difficoltà a votare. La rimozione della morte, degli affetti, della paura, della solitudine, della tradizione. La rimozione della religione, nel senso più largo del termine; del mistero. La rimozione della gerarchia.
Questo “passato”, indica beffardo Ferretti, è stato sostituito con la modernità, con il capitalismo o con il socialismo: due ideologie-economie che dovrebbero renderci tutti felici, per appagamento del consumo o per missione ideologica, e che invece ci lasciano inappagati in una realtà sociale di cui non possediamo le chiavi di lettura e che appare manipolata e manipolabile.
E non è solo una questione sociale, ma anche di stile: quello di Ferretti quando parla di queste cose è etico, forte, schietto. Ci sono cose su cui non concordo, ma d’altronde è un ebook, non una bibbia, nonostante contenga un credo e una genealogia appenninica. Posso anche non credere al personaggio Ferretti che fa “l’alpino” facendo qualche concerto, rilasciando qualche disco e qualche libro per poi ritirarsi nella casa dei suoi avi per andare a cavallo, è una malignità, ma ho modo di credere o non credere a quello che dice autonomamente. Gli anni ottanta era tanto tempo fa.
Le parti autobiografiche del testo sono di solito a corredo della parte argomentativa: che siano le sue esperienze con “il foglio” di Ferrara, o il suo rapporto con i cavalli, o la nascita della “Bottega” bolognese, si tratta di racconti che servono a rafforzare o rendere più chiara la visione della creatività, della socialità, o della propria religiosità. Sono parti riuscite, molto vivide, forse le più godibili del libro. La visione dei cavalli e dei cavalieri, l’approdo alla monta di Tancredi, la concezione dell’arte che sta dietro alla Bottega bolognese e l’emozione sbruffona dell’esibizione solo voce in Africa, sono momenti forti del testo, in cui Ferretti riesce a raccontare pezzi della propria vita senza fare dell’agiografia fine a se stessa.
È un libro scomodo, liquidabile in pochi secondi se uno lo vuole liquidare. Se uno non lo vuole liquidare è un libro spinoso che impone di pensare scomodo, di vedere le cose in maniera talvolta inaccettabile. Bisogna ingoiare le incoerenze e i silenzi, ma alla fine si ritrovano nelle scarpe gli stessi sassolini che ci ritrovavo io trent’anni fa nella dispensa di casa mia.
[Una volta spento l’ebook però, noto che il giovanotto che urlava “maledirai la fininvest”, in tutto il suo libro non fa menzione dell’uomo, imprenditore, capitalista, che ha segnato la socialità italiana come nessuno mai prima. Se il consumismo, la solitudine sociale, la non-informazione per il bestiame ha un nome, questo nome e questa forma di potere non si trovano citati nel testo di Ferretti. E per un testo che vuole parlare del mio presente, è un vuoto strano e poco comprensibile].
L’ebook è Mondadori e costa circa 12 euro.

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