Ieri sera ho finito di leggere il decimo volume di “Ai tempi di Bocchan“, una lunghissima storia a fumetti che narra la vita di alcuni scrittori giapponesi tra fine ottocento e inizi del novecento. Sofisticato e ben narrato, è in realtà un affresco sul Giappone che cambia, il confronto con l’occidente, l’arrivo del pensiero socialista e lo scontro con il potere imperiale. In questo quadro si muovono gli scrittori, quasi sempre senza soldi, vicini alla rivoluzione, e malati. Gli autori li rappresentano mentre vivono la loro vita, ogni tanto parlano e con la voce fanno i versi delle loro poesie. La loro poetica diventa quindi una specie di log della loro esperienza di vita.
Ieri dopo aver finito di leggere mi confrontavo con questa visione della poesia. Pensavo, io scrivo poesie e mi chiedo anche perché, visto che scrivere poesie non è una attività propriamente gratificante, nella maggior parte dei casi. Non lo è leggerle, figurati scriverle.
E ho anche pensato, perché ho cominciato? e il quando ho cominciato è abbastanza netto, io so quando ho cominciato e perché, ho cominciato per compiacere un’insegnante e ho continuato perché l’avevo compiaciuta. Quindi sostanzialmente ho iniziato a scrivere per far vedere che sapevo farlo, e non per farlo davvero.
Che in soldoni è anche la storia della mia vita, quasi tutte le cose che ho fatto le ho fatte per verificare se sapevo farle e non per farle sul serio, solo che una volta che provi a farle per far vedere che sai farle, le fai, e quando le fai le hai fatte. Sono diventate una parte della tua storia, ti identificano anche se tu non ci ragionavi mentre le facevi (capito Ferretti?).
Questo vale per un sacco di cose, iniziare a bere la birra, limonare o non, fare i barré, smettere di mangiare carne, fare figli, codare, scrivere per comunicare, digitalizzare, tirare calci, cadere. Anche se inizi per vedere se lo sai fare e basta, poi qualche neurone dentro di te si setta.
Fare i versi è fare del coding, anche, è arrivare, non so se ti è mai capitato di bere i succhi grossi con il tappo di plastica, dico quelli in tetrapak, non in bottiglia, hanno dei tappi nella parte alta del parallelepipedo. tu apri, bevi i tuoi succhi e dopo un po’ il succo finisce. Tu chiudi il tappo e vai per buttare via il tetrapak, ma scuotendolo ti rendi conto che c’è ancora del succo dentro, ma che la meccanica del tappo rende impossibile il fatto che esca. Allora tu ti siedi, alzi una delle alette di cartone del tetrapak e tagli con le forbici il beccuccio, e così facendo ti infili il beccuccio in bocca e alzando esce ancora del succo, che di solito ti sembra più buono del resto.
La poesia è uguale, fai cose, arrivi alla fine della giornata e capisci che c’è qualcosa che ti è restato dentro, qualcosa che non può uscire normalmente, che ha bisogno di un foro, di una lacerazione.

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