Ho trovato molto stimolanti le riflessioni di Rino Genovese su alfabeta2 ebook di maggio. Il consumo di beni, materiali o immateriali che siano, non avviene per il semplice godimento del bene, ma per un atto di potenza nei confronti degli altri consumatori. Esibisco l’atto del mio consumo, nei tuoi confronti, perché sia chiara la mia forza-lavoro, il mio status economico-culturale.
Non godo del bene, ma godo del possesso esclusivo (anche se seriale) del bene. E si tratta evidentemente di una “esclusività” che “include”: come sottolinea sempre Genovese, ogni mia scelta all’interno della compagine consumistica, è una scelta di appartenenza e di bisogno di identificazione. Anche le scelte alternative diventano scelte /indie/, uno /snobismo di massa/ che diventa semplicemente un’altra categoria sociale.
La cosa -aggiungo- funziona perfettamente anche per quel che riguarda il consumo su internet: condivido con te il mio link, il mio stato, la foto del mio ultimo acquisto, il video su youtube, non perché voglia accrescere la tua cultura, non me ne frega niente, ma per mostrare la potenza della mia.
Ne è una controprova l’articolo di Gilda Policastro, sempre su alfabeta2 di maggio. La tesi della Policastro, banalizzata, è che in rete gli scrittori lavorino per creare un proprio gruppo di /amici/, nell’accezione facebookesca o friendfeeddara del termine. Questi amici fungono da servizio promozionale/critico per lo scrittore che si trova in un reticolo di alleanze, condivisioni virtuali, ma non per questo meno effettive. Gli /amici/ dello scrittore creano un cuscinetto in cui le figure del promoter, del lettore e del critico sono intimamente confuse e amalgamate, escludendo tutto ciò che non fa parte del cuscinetto stesso.
Anche questa è un prova di forza e di consumo, dove il materiale da consumare è l’io stesso. Condivido me stesso con te. Ti offro di essere presso il potere dello scrittore con la esse maiuscola, di dialogare con lui, in cambio di una accettazione di questa mia potenza rivelata. Gli esempi del lavoro in rete di Mozzi e di Genna, e degli scontri tra gruppi avvenuti su Nazione Indiana poco tempo fa, sono alcuni tra quelli portati dalla Policastro, a cui faccio un solo appunto.
Non credo che questo meccanismo digitale sia molto diverso dal meccanismo analogico, anzi penso che questa costruzione di gruppi “critici” autonomi nasca anche dal fatto che la /critica ufficiale/ è essa stessa percepita come ulteriore gruppo di potere, a sua volta diviso e radicato in particolarismi e correnti. Se la critica non mi vede o non mi vuole vedere, ovvero se mi schiaccia con il suo potere di rendermi cieco agli occhi dei lettori, io trovo in rete uno strumento di difesa, un modo per dare vita al mio potere di “consumo di me stesso”.
È uno strumento di /esistenza/ oculistica di cui forse vanno comprese le motivazioni più profonde, piuttosto che limitarsi alla stigmatizzazione degli strumenti.

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