Ho già raccontato che quando avevo dieci anni ogni settimana andavo dal tabaccaio di Sant’Olcese a prendere il mio fascicoletto della grande enciclopedia della fantascienza. Lo leggevo, sfogliavo, guardavo. Poi con le ditine aprivo le graffette e toglievo le quattro pagine centrali. Richiudevo le graffette. Di solito mi ferivo.
Toglievo le pagine centrali perché quelle, nel disegno dell’editore, dovevano dare vita al volume nove, gli sf-profiles. Gli sf-profiles erano una follia, erano delle schede informative su cose inesistenti. Erano divise in tre parti: una prima pagina in cui si raccontava questa cosa inesistente, tipo alberi robot, oppure un incidente avvenuto nello spazio, o la descrizione di un lontanissimo pianeta. La seconda e terza pagina erano occupate da una grossa illustrazione legata alla descrizione della prima pagina (anche se si capiva benissimo che il percorso editoriale era stato l’opposto) e la quarta pagina erano degli schizzi finto-tecnici che spiegavano (non sempre in lingue terrestri) le modalità e le caratteristiche degli alieni/pianeti/cosi illustrati nella pagina centrale.
Ogni settimana per anni ho messo via queste pagine centrali, fidandomi dell’editore, anche quando mi annunciò che gli sf-profiles sarebbero stati in due volumi perché con uno solo c’era il rischio che si scollassero. Poi non li ho mai rilegati, ed erano impossibili da leggere tutti sfascicolati perché erano molte decine.
Ieri finalmente sono passato a prendere il primo volume degli sf-profiles che ho alla fine rilegato. L’ho aperto. L’ho sfogliato con una certa emozione. L’ho richiuso. Ho pensato a tutto il tempo che era passato e l’ho messo in saccoccia.
Ho raccattato allora i figli e sono andato alle poste per spedire delle cose. Mentre ero in coda i figli si sono seduti su una sedia e hanno iniziato ad annoiarsi, così ho detto, volete mica vedere il libro che ho appena preso?
E loro, sì, certo, e hanno afferrato il volume delle sf-profiles e hanno iniziato a leggerlo.
Quando ho finito la coda sono tornato da loro, il primogenito mi ha visto arrivare, ha chiuso il libro, si è alzato, me lo ha porto e a bassa voce mi ha detto “è bellissimo” e nient’altro. Aveva una voce bassa e profonda che veniva dagli anni ottanta del secolo scorso.

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