È uscito alfabeta2 di gennaio-febbraio in ebook, ci abbiamo lavorato in queste ultime settimane e una cosa forte di lavorare per fare alfabeta2 ebook è che posso leggerlo, mi siedo con il mio ebook reader e lo leggo tutto perché devo trovare eventuali errori di impaginazione, ma in realtà perché voglio leggerlo e il fatto di lavorarci è un modo di unire l’utile al dilettevole. Una cosa che mi piace di alfabeta2 è che è fatto per me, non tutti gli articoli, ma per buona parte è fatto per me nel senso che è una rivista in cui si disegnano scenari alternativi a quello attuale, in cui non si dà come scontato il vivere e far vivere in un sistema determinato dal consumismo e dal benessere. In cui si parla di cultura, di beni comuni, di decrescita e si parla di queste cose in maniera intellettualmente sovversiva, si vedono le cose da prospettive che non sono quelle dei media e del pensare comune. E con spocchia. La cosa che apprezzo di più di alfabeta2 è la spocchia. Dove per spocchia intendo la difesa di un bagaglio culturale e di gusto che viene ogni giorno messo alla berlina da un sistema mediatico fatto di una progressiva banalizzazione, del bene e del male. Tutto viene semplificato al proprio minimo comun denominatore fino a forzare un 1/1 che diventa il grande pastone omogeneizzato e omologato. Ogni cosa è messa sullo stesso piano e quello che fa la differenza, semmai, è il numero, il venduto. Parlare con spocchia significa avere il coraggio, è il caso di dirlo, che no, non tutte le cose sono uguali. Che ci sono cose preziose che vanno conservate anche se sono antieconomiche, anche se interessano pochi, anche se determinano una nicchia culturale. Chiudo con due citazioni, sfacciate, che faccio e che mi hanno fatto ridere molto mentre leggevo questo numero:

Come fra gli altri Vila-Matas ha detto in una recente intervista di Andrea Bajani, è molto improbabile che un lettore di libracci finisca, per caso, con il leggere i classici, la migliore divulgazione scientifica, economica o storica, il meglio della poesia o della filosofia o della narrativa: “un lettore di libracci leggerà libracci per sempre”, finirà recluso in un recinto elettrificato di libracci, vittima di un inesorabile ciofeca divide, da cui è necessario liberarlo. Paternalisticamente? Paternalisticamente. Le politiche pubbliche di promozione della lettura dovranno avere sempre di più il coraggio di essere politiche di promozione della buona lettura.

(Vincenzo Ostuni, “Per la liberazione dei lettori”)

Disgraziatamente o fortunatamente, la Scala e il San Carlo, il Petruzzelli e l’Accademia di Santa Cecilia non mettono sul mercato alcun prodotto concorrenziale, producono beni squisitamente immateriali e per di più operano in un regime di sostanziale monopolio. Dunque non possono, anche volendo, vivere in un regime di mercato. Semplicemente perché un mercato non c’è. Per di più hanno il vizio di produrre lo spettacolo del mondo più costoso che mai sia stato inventato, come sapevano perfettamente i princìpi fiorentini, gli impresari veneziani e i nobili napoletani… Un grandioso gesamtkunstwerk, come lo definiva, per ragioni tutte sue, Richard Wagner, in cui tutte le arti e i mestieri si guadagnano un posto in palcoscenico: la poesia, la musica, la danza, il canto, la recitazione, la scenotecnica, la pittura, la macchinistica, l’illuministica, la sartoria, la falegnameria, la costumistica, il trucco, il parrucco, l’editoria, l’ingegneria, l’architettura, l’informatica, persino, da qualche tempo in qua, la non banale prassi della sottotitolatura. Un compendium universale di ingegni, pratiche e saperi che, per stare, come si dice, sul mercato, per essere pagato solo e soltanto da chi lo vuole consumare, avrebbe bisogno di essere rappresentato in stadi da centomila posti a sera. E invece i teatri sono teatri proprio perché esprimono un bisogno sociale diverso, perché non sono stadi, appunto, e accolgono un «prodotto» adeguato alla natura e alle necessità della società che li ha realizzati e che li tiene in vita. Perché sono luoghi – la vogliamo proprio dire tutta? – d’élite. Si, certo, è soltanto una parte della società che ha bisogno dell’opera, e anche la parte più privilegiata della società, quella colta, istruita, consapevole, avvertita, benestante, anziana. E allora?

(Guido Barbieri, “All’assalto del palazzo incantato”)

Advertisements