I canali informativi e culturali sono passati dalle mani degli intellettuali (o dei politici) in quelle degli imprenditori. Jobs, Berlusconi, hanno come scopo fare lucro con i contenuti culturali, lo scopo giustifica il mezzo. Non sta a loro interrogarsi sulle modalità e gli scopi con cui vengono creati i contenuti, purché non intacchino la mission del loro lavoro, che è produrre reddito. Non sta a loro neppure porsi domande sulle possibili conseguenze reali del lavoro intellettuale su cui investono.
Ma è un fatto che i loro interventi tecnologici, informativi, intellettuali o genericamente culturali, impattano il mio quotidiano e la mia possibilità di rendermi sapiente. Rendersi sapiente non è impossibile, esistono risorse accessibili con minore o maggiore difficoltà, e sono alla portata di ciascuno. Il problema nasce quando il mercato costruisce attorno a me un sistema che mi dissuade dal diventare sapiente.
È la grossa bolla dell’entertainment, un grosso parco giochi dell’intrattenimento perenne come forma virtuale di una partecipazione sociale che mette in ombra lo sforzo e la fatica per diventare sapienti. Oggi l’informazione è una fiction, la cronaca è un noir, la politica è un gossip. Quando non lo è diventa faticosa, perché essere sapienti costa fatica e a questa fatica non siamo abituati. La fiction è un modo semplice per gestire una complessità da cui siamo esclusi per nostra stessa scelta.
È anche un modo di integrazione sociale di un ambito lavorativo che consegna a fine giornata delle persone che vogliono solo non-pensare, dimenticare quello che hanno fatto nella giornata. Addormentarsi davanti alla televisione per non ricordare e non soffrire.
La felicità diventa il valore attorno a cui costruire la propria rete etica: ma è una felicità dopata dal benessere; e il benessere è un confuso diritto al consumo.
Uscire dalla fiction –insomma– è possibile, ma non è una bella vista.

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