È uscito un nuovo articolo su Storia Continua a firma Chinalsky dove si parla di romanzi ipertestuali, e dove si tratteggiano brevemente le caratteristiche delle polistorie che curo per quintadicopertina.
Dopo l’analisi, tutt’altro che superficiale, l’autore chiude con un certo scetticismo:

Al momento, quindi, il carico di lavoro imposto ai lettori da parte dei romanzi ipertestuali per cercare quali siano i link disponibili su una pagina, scegliere quale seguire e seguirlo (oltre allo sforzo per ricordarsi dove si trovano all’interno del romanzo), forse non è ancora giustificato rispetto alla stupenda semplicità di girare semplicemente la pagina

Questa parte del giudizio mi pare fuorviante, ma interessante. Fuoriviante, perché questa caratteristica di interagire con la struttura stessa del testo, fa parte dell’iperromanzo non solo del romanzo a ipertesto. Leggere un noir è certamente più facile che saltare da una pagina all’altra di “Pallido Fuoco”, tra i capitoli incrociati di “Rayuela” o nel fitta costruzione di note di “Infinite Jest”.
Interessante perché Chinalsky mette il dito su un aspetto non secondario della lettura di una polistoria, o comunque di una storia non lineare: l’atteggiamento del lettore.
La lettura di un romanzo tradizionale ricostruisce il canale di affabulazione che si crea tra colui che narra e chi si siede, immobile, ad ascoltare. Nel romanzo tradizionale c’è quindi l’abbandono completo alle parole che arrivano da un narratore. Lo scambio è quindi, banalizzando, uno scambio emotivo e primordiale, non necessariamente intellettuale, ma al contrario funzionante su un livello più immediato e primitivo.
Cosa c’è di più bello che prendere un grosso libro e lasciarsi sobillare da quella grossa fabula che l’autore mi racconta all’orecchio, per via degli occhi?
Leggere una narrazione non lineare significa uscire da questo stato di completa ‘trance’ per attuare una comunicazione (con l’autore) di un altro livello, non superiore o inferiore, ma semplicemente diverso. La narrazione non è qualcosa che ci cade addosso staticamente, ma è un materiale che il lettore deve interrogare attivamente e con il quale si deve relazionare per accedere a una fabula che non ha nessuna intenzione di scivolargli addosso. Si innesta un gioco formalmente intellettuale tra colui che scrive e colui che deve svelare la cosa scritta, uscendo da quella linearità tipica dell’affabulazione.
Pensandoci la cosa è comprensibile; nel momento in cui lo scrittore non racconta una storia ma infinite variazioni di infinite storie, il lettore non potrà credere che quella storia sia vera, perché quella storia non esiste.
Non si parla quindi di “futuro del libro” o “futuro dell’ebook”, ma più pragmaticamente di costruire modus narrandi che vadano oltre la linearità di una fabula con un suo inizio, uno svolgimento e una fine, per andare a raccontare quello che un romanzo tradizionale non potrebbe raccontare; e comporre, per avvicinamento di tessere tra di loro incompatibili, una storia che non ha una propria integrità affabulatoria.
Le polistorie non sono una complicazione di una narrazione tradizionale, ma iniziano dove la storia tradizionale si ferma e inizia a balbettare.

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