bib(h)icante 2010

bib(h)icante 2010


 

Venerdì sera con il collettivo defunto bib(h)icante abbiamo fatto questa lettura/performance basata su parte dei materiali scritti da Sade per l’ultima giornata delle 120 giornate di Sodoma. Eravamo io, Donald Datti, Paola Malaspina e Gianluca Seimandi; ad ascoltarci una ventina circa di persone.
Era un testo nuovo, finito la mattina stessa, durava poco meno di un’ora. Ci lavoravamo da alcuni mesi, soprattutto Donald si era dato un sacco da fare.
La lettura è andata come ci aspettavamo, le persone hanno ridacchiato nei momenti che ci sembravano divertenti e si sono annoiate nei momenti noiosi. La Galleria 44 è molto bella per leggere, ti puoi muovere attorno alle persone, c’è un po’ di rimbombo ma puoi leggere senza microfono.
La prima cosa che ho pensato una volta a casa è la sensazione strana di fare qualcosa che non crea eco. Sono talmente abituato all’interattività del digitale, al “mi piace”, che il silenzio mediatico che segue queste letture underground mi spiazza. Da un lato mi piace aver fatto qualcosa che non è interattivo, non è riproducibile, ma è esistito per quei 45 minuti e solo per chi c’era. Non resta traccia di quello che abbiamo fatto, eppure c’è stato.
D’altro lato mi rendo conto che il lavoro di scrittura, di riscrittura, le prove sui cori, tutte le serate in cui ci siamo visti per perfezionare la performance, tutto si annulla in meno di un ora e per una ventina di persone.
È uno sforzo grosso per un risultato modesto, anzi per un non-risultato. Ma ho smesso di chiedermi perché io faccia ancora queste cose, perché di fatto non c’è una ragione razionale. La ragione è viscerale: in quell’oretta di lettura c’erano almeno cinque minuti in cui leggevo delle cose sacrosante che parlavano di amore, di sofferenza e di me. Cose che leggerle in pubblico, urlate, straziate o spernacchiate, era l’unico modo di dirle, di ripetermele dentro: hai perso le ali amore, ma ti è rimasta la mandibola. Come potrei dirlo altrimenti.
E poi, andare in quella galleria e leggere, significa chiudere un lavoro intellettuale. Non è una cosa che posso scegliere se fare o non fare e non è nemmeno una vanità, in quel momento sono così lontano dalla vanità. È una affermazione virale di un proprio discorso intellettuale.
Che non faccio da solo: questo collettivo sbandato che da undici anni fa versi, è una bestia che vive per conto suo e che si nutre di me, del Datti, della Malaspina, di Seimandi e di quelli che ci sono stati prima. Pipia, Galiazzo.
Ancora adesso riprendiamo le cose che abbiamo scritto e non sappiamo chi le ha fatte; sono diventate un materiale comune, una grande masticazione di parole collettive.

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