Ieri su La Stampa c’era un interessante pezzo di Luca Ricolfi che parlava di internet e della sua sedicente libertà. Lo spunto veniva dal fatto che google e verizon stanno discutendo della possibilità di mettere una doppia velocità all’internet per il mobile. Secondo Ricolfi questo non è un male assoluto.
L’assunto è che i pacchetti che viaggiano su internet sono gestiti in maniera del tutto egualitaria: che tu sia viaggiando su wikipedia o scaricando dal p2p l’ultimo album degli u2, la velocità e la modalità con cui sono trattati questi pacchetti è la stessa, e questo sarebbe un fattore di libertà e in un certo senso di democrazia. Il blog di controinformazione ha  la stessa possibilità di essere accesso del new york times, e questa è una delle cose ‘potenti’ di internet.
Ma -attenzione- avverte Ricolfi, ci sono alcuni puntini da mettere sulle i. Il primo puntino è sulla gratuità di internet: internet è davvero aperto a tutti in maniera egualitaria e paritaria, ed offre a tutti gratuitamente informazione e possibilità di farla? La risposta è no. Internet si paga, a partire dal provider fino al profiling dei nostri dati personali attuato da google o facebook. E lo stesso accesso non è neutrale: a seconda del provider scelto, del luogo di connessione, e in ultima sostanza dei soldi spesi, migliora o peggiora la nostra esperienza di navigazione sul web.
Ma il punto cruciale è quello della libertà. La libertà di avere ogni cosa messa sullo stesso piano, in qualche modo diminuisce la nostra liberta. Con un paradosso direi che non siamo liberi di essere liberi di questa libertà assoluta.
Ricolfi più elegantemente parla di libertà negativa: con internet siamo “liberi di” ma abbiamo difficoltà di essere “liberi da”, di applicare velocemente e efficacemente dei paletti che ci permettano di accedere ai dati realmente importanti senza perderci nel grande rumore di fondo che facilmente e continuamente si crea in rete.
E qui finisce il pezzo di Ricolfi che vi invito a leggere in originale.
Ricolfi ha ragione, non credo che l’accordo tra google e verizon possa cambiare qualcosa in questo senso, ma internet e la gestione delle informazioni in rete è qualcosa di affascinante e preoccupante nello stesso tempo. Nel momento che costruire informazioni diventa una cosa istantanea e immediata, queste informazioni perdono di peso e di radici. È facile trovare in rete informazioni che altrimenti non si troverebbero, ma è più facile trovare informazioni che non si sa da dove vengano, che non hanno storia.
Non c’è tempo per approfondire le informazioni a cui si è accesso, perché questo grande magma che è la rete ci fa capire che se ci fermiamo su una informazione di un giorno, un mese, un anno fa, stiamo perdendo tempo perché nuove informazioni si stanno generando ogni secondo e noi rischiamo di restare aggrappati a informazioni non “updated”.
Un tempo i post dei newsgroup si accumulavano tanto da essere dimenticati dopo un giorno, oggi gli stati di facebook non vivono più di mezz’ora.
“Chi si ferma è perduto” sembra dirci la rete, che noi stessi alimentiamo rendendola ancora più frammentaria.
Il punto della questione è che questo continuo update informativo nasce perché ne abbiamo bisogno, perché desideriamo far parte di questo grosso macinatore virtuale, non solo nel ruolo di consumatori, ma in quello di consumatori-attori. L’update infinito esiste non perché sia efficace o “libertario”, ma perché abbiamo bisogno di generarlo.
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