Ad un certo punto io vivevo nel centro storico di Genova e passavo interi giorni a girare per i remainder. La tecnica era quella di andare nei remainder e catalogare nella mia mente tutto quello che c’era, dividere i libri-pacco dai libri-che-avrei-molto-voluto, fino alla categoria che preferivo, ovvero i libri-che-non-avrei-mai-letto-ma-che-dovevo-assolutamente-avere. La catalogazione serviva per il magico mese in cui lo sconto sui libri passava dal normale cinquanta per cento al fiabesco settantacinque per cento di sconto. In quel momento monumentali cartonati degli anni sessanta passavano a costare quanto un pacchetto di patatine, e io tornavo a casa con enormi volumi di saggistica sulle religioni orientali, o sulla politica socialista di inizio novecento. Era un puro godimento fisico. I remainder poi mi consentivano di accedere ad alcune case editrici che nelle normali librerie erano confinate in qualche angolino, soffocate dai mondadori e dai feltrinelli. Le mie preferite erano la sellerio e l’adelphi. C’era proprio un baratro tra questi libri e quelli delle altre case editrici. Quando riuscivo a conquistare un sellerio mi trovavo tra le mani qualcosa di raro e curioso. Sellerio non faceva libri, faceva direttamente letteratura. Mi rivedo ancora perso in ‘firenze biondazzurra sposerebbe futurista morigerato’, o nei deliri del cuore di Perriera, o nelle navigazioni di San Brandano. Non so quante copie abbiano venduto quei libri (e il fatto di trovarle in un remainder mi fa pensare non molte), ma se devo tracciare una linea di demarcazione tra quello che è un semplice prodotto editoriale e quello che dà un senso al mettersi a cercare e raccogliere dei libri, lo ritrovo in queste pagine dure, la carta ruvida, le immagini incollate sulla copertina e le parole nascoste e forti.
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