Spesso mi sono sentito chiedere se le polistorie sono dei giochi o dei romanzi, se si tratta di semplici storie a bivio o se la loro costruzione è più complessa. Mi sono preso un momento per fare due veloci schemi che penso che potranno aiutarmi a confondere ancora di più la materia.

Innanzitutto non esiste una struttura di una polistoria, ma molteplici strutture. L’elemento caratterizzante è la costruzione ad atomi di testo, ma la connessione che questi atomi di testo hanno fra di loro varia considerevolmente da autore ad autore. Ho preso come esempio i primi tre testi che abbiamo pubblicato nella collana delle polistorie e un racconto di Carlo Cinato intitolato “L’uomo senza cappello e la donna con le scarpe grigie”, che potete trovare nella biblioteca di simplicissimus, oltre che nel sito dello scrittore. Partiamo proprio da Carlo Cinato:

Schema racconto di Carlo Cinato

Schema ad atomi del Racconto di Carlo Cinato

In questo caso Cinato ha costruito il suo racconto a capitoli, ogni capitolo ha al suo interno alcune parole chiave (in molti casi le parole chiavi sono sempre le stesse) che rimandano ad un secondo livello di lettura che aggiunge informazioni e profondità al capitolo di partenza. Una volta esaurito il secondo livello informativo, si può tornare a leggere il capitolo di partenza, o rileggerlo alla luce di informazioni aggiuntive. A questo punto si può passare al capitolo successivo, dove la storia prosegue con i suoi piani paralleli. È evidente che la storia di Cinato, pur utilizzando ipertesto narrativo, non è una storia a bivi e non è neppure un gioco. L’ipertesto serve al lettore per muoversi tra diversi piani narrativi, navigando tra riflessioni personali e flashback che permettono di illuminare (e talvolta in maniera radicale) il capitolo di partenza che rimane l’unico filo narrativo unitario e lineare.

Verrà H.P. e avrà i tuoi occhi” di Antonio Koch ha una struttura differente, che potrebbe ricordare quella di un ventaglio. Nello schema ho cercato di rappresentare il tipo di costruzione ‘a ventaglio’.

Schema di Verrà H.P. e avrà i tuoi occhi

Schema di Verrà H.P. e avrà i tuoi occhi

In questo caso ogni atomo di testo ne richiama altri che solo casualmente possono trovare un nuovo incontro nello svolgimento della storia, ma che normalmente proseguono per conto loro, sviluppando diverse linee narrative della storia, non necessariamente omogenee fra di loro. La storia sarà quindi più breve rispetto a quella di altre polistorie, ma più varia negli svolgimenti. Anche in questo caso la domanda di rito: è un gioco o un romanzo? E’ una storia a bivi? Della storia a bivi mantiene la divisione in bivi, anzi in questo caso possiamo dire che quella di Koch è una vera narrazione a bivi; ma come lo schema evidenzia, non esiste una fine “giusta” con cui si finisce il libro, e non esistono finali tronchi in cui si “perde”. Ogni svolgimento è un modo diverso con cui il romanzo esplode, e leggere i diversi bivi significa entrare in contatto con un ambiente narrativo dato dalla somma dei singoli bivi.

Ancora diverso il caso di Enrico Colombini con la sua “Locusta Temporis“.

Schema di Locusta Temporis

Schema di Locusta Temporis

In questo caso ho cercato di rappresentare nello schema uno “zoom’ di un qualunque snodo narrativo di Locusta. Qui abbiamo due strutture gemelle, che per comodità chiamerò alfa e beta. Alfa è una struttura indipendente, formata da un atomo (o più atomi) maggiore e diversi atomi secondari: all’interno di alfa il lettore può muoversi e interagire con gli oggetti o i personaggi presenti negli atomi secondari. Dopo l’interazione il lettore tornerà ad ‘abitare’ nell’atomo di partenza. Ma una particolare interazione  con un particolare oggetto, sposterà il lettore in beta, ovvero una struttura apparentemente identica ad alfa, ma dove l’interazione con gli oggetti è variata in alcuni suoi particolari. Questa variazione permetterà il lettore di interagire diversamente con gli altri atomi presenti in beta per andare a finire in un altra struttura apparentemente identica chiamata gamma e così via, oppure, come si vede nello schema, di uscire  dalla sequenza per raggiungere un nuovo atomo di partenza differente da alfa e beta che -a livello narrativo- equivale ad un passo avanti nello sviluppo della storia. È una storia a bivi? Non precisamente, la definirei una storia a macrobivi costituiti da una fitta ramificazione di microbivi spesso invisibili per chi legge. Questa fitta ramificazione nelle interazioni (ricordo che Locusta Temporis ha circa undicimila collegamenti ipertestuali) crea di fatto un equivalente di quello che è il parser per le avventure testuali e per le interactive fiction.  È un gioco? Decisamente sì, non solo per la sua struttura ma per la sua vocazione ludico-narrativa.

Arriviamo a “Chi ha ucciso David Crane?” scritta dal sottoscritto. Lo schema in questo caso è molto semplice, qui sotto ne trovate una semplificazione grossolana:

Schema Chi ha ucciso David Crane?

Schema Chi ha ucciso David Crane?

In questo caso la linearità della storia è evidente. La divisione in atomi di testo permette al lettore di avere un diverso svolgimento della storia, che rimane però una soltanto, pur avendo numerose varianti e finali differenziati. L’impressione del lettore è quella di accedere solo ad una parte della storia, che di per sé è autoconcludente, ma di restare all’oscuro di altri possibili “cose successe” durante il romanzo (e in effetti è così). È una storia a bivi? È un gioco? Mantiene entrambi i modelli strutturali, ma l’elemento ludico presente nel testo è annegato nell’impianto romanzesco. È come se uno scrittore per scrivere una storia avesse usato lo ‘strumento’ videogioco.

Alla fine della storia (o delle storie) quello che mi sembra estremamente interessante è come lo strumento ipertesto, applicato alla narrativa, venga interpretato dai diversi autori che lo utilizzano in maniere radicalmente differenti. Le storie a bivio tradizionali escono dal loro ambito prettamente ludico per andare a cercare certe sperimentazioni narrative degli anni sessanta, così come le interactive fiction trovano negli ebook un nuovo media in cui “fare gioco” a partire dalla parola scritta e della sua capacità di evocare storie. E forse una delle sfide delle polistorie, come idea di collana, è quella di abbattere la pareti delle camere stagne in cui in Italia si sono sviluppate degli ultimi decenni tutta una serie di cose interessantissime ma non interconnesse tra di loro. Parlare di hyperfiction italiana potrebbe diventare una cosa più naturale e più ricca di quanto sia stato fino ad oggi.

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