Sabato è andata più o meno così, siamo partiti da Genova alla volta di Rossiglione, dove alle sedici zero zero la mia consorte ha presentato il suo libro “101 cose da fare a Genova almeno una volta nella vita”, bella sala polivalente, pubblico interessato e cordiale e io che facevo le domande all’autrice che quando parla di Genova le si illuminano gli occhi, anzi non solo gli occhi, fa proprio luce.
I figli sul fondo della sala computerizzavano.
Alle diciassette e rotti lasciamo Rossiglione alla volta di Bologna, dove il sottoscritto va a presenziare al lancio della collana Novevolt dell’editrice zona. Tre ore di viaggio.
Però ne avevo voglia, avevo proprio voglia di andare a Bologna, andare proprio a Zammu e leggere un pezzo di questa mia storia che deve uscire quest’anno nei Novevolt.
Arrivo in extremis, entro dentro Zammu e sento che dicono beh abbiamo finito e allora io gemo e allora enrico piscitelli mi vede dice ah è arrivato venerandi, c’è anche cademartori che sembra sbalordito di vedermi, insomma prendo tutto e salgo sul palchetto e vado al microfono, sfodero il mio iLiad e leggo questo pezzo di Buonaventura che parla dell’odore e della morte e devo dire, l’ho letto con l’anima, difficilmente leggo la prosa con l’anima perché non sono bravo con l’anima, e nemmeno con la prosa. Ma in quel momento non so perché, forse lo stress del viaggio, il fatto di essere arrivato di corsa, il fatto che quella merda di iPhone di ceci ha fatto fare un buzzo al pallino blu che segnalava dove eravamo in bologna lanciandoci da una parte all’altra di Bologna come un tavolino impazzito, sarà che ero venuto da lontano per stare lì quei cinque minuti, insomma, sono entrato dentro al testo e l’ho letto come se fosse la cosa più importante che avessi scritto e nello stesso tempo come se non me ne fregasse niente.
Sono stati cinque minuti catartici, era il momento topico, e devo dire che ne è valsa la pena, alla fine c’era qualcosa di più nell’aria ed era il mio odore di bestia sudata, le mie parole e la chitarrina di Simone Rossi che mi accompagnava. Davvero un peccato che si stava per finire perché sarei restato lì a jammare con gli altri per un bel po’.
Simone Rossi che ho conosciuto è un ragazzo simpaticissimo che ha questo blog dove ha scritto ehi, io voglio fare un libro, se ricevo cento adesioni di gente che mi dice che lo compra per dieci euro io vado e lo stampo. Ha ricevuto cento adesioni, è andato, ci ha messo i soldi e ne ha stampate cinquecento copie e adesso ne ha già vendute cento e va in giro a fare reading e presentare il libro. Io ho sentito al volo due racconti e mi è sembrato molto corposo, interessante. Pirlamente quando ho pensato “ah potrei prenderne una copia” ero già da tutt’altra parte di Bologna. Lo considero come pretesto per riandare a sentire qualche altro reading organizzato dal rossi.
Sempre al Zammu (posto fichissimo, c’erano libri, cibo e cose del genere e btw ho preso due bottiglie d’acqua per i figli e il tipo mi ha detto dopo, paghi dopo, non ti preoccupare paghi dopo e io gli ho detto ok ma guarda che poi me lo dimentico e il tipo mi ha detto, non ti preoccupare che poi ci mettiamo d’accordo e io ho detto benissimo ma ricordamelo che poi io me lo dimentico eh, e lui ha detto ma no, vai, vai, non ti preoccupare davvero e poi io me ne sono andato e mi sono dimenticato di pagare e quindi ora ho enormi sensi di colpa, non uso il p2p figuriamo le bottigliette d’acqua), dicevo al Zammu ho incontrato anche una ragazza disegnatrice che da mesi avrei voluto conoscere, al secolo Sara Pavan, che fa dei fumetti che mi piacciono molto e con la quale vorrei tanto fare qualcosa di bello, ne trovate uno in wimble.doc, dove c’è un’importante bottiglia verde. Sara mi ha informato che ne ha fatto uno nuovo di cui vi dirò meglio in seguito perché ancora non l’ho letto, non ne aveva uno dietro.
Sono uscito dallo Zammu dopo aver parlato con Simone Rossi, aver conosciuto Sara Pavan dal vivo, aver risalutato il Cademartori e Piscitelli, aver parlato con un po’ di gente che era dentro, davvero un bel posto, valeva la pena fare quei trecento chilometri.
Poi io e ceci abbiamo portato i bambini già stanchi ad un centro sociale anarchico per una rassegna antifascista dove cantava Alessio Lega, ma questo magari lo racconto un’altra volta.
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